L’Italia, secondo i dati di Coldiretti, è una delle nazioni più importanti nel panorama internazionale della produzione di olio di oliva, con oltre 250 milioni di piante di ulivo su oltre un milione di ettari di terreno coltivato, con il maggior numero di olii extravergini a denominazione in Europa(44)  e sul più vasto patrimonio di varietà d’ulivo del mondo (395), che garantiscono un fatturato al consumo stimato in 3,2 miliardi di euro nel 2015».

La stagione olearia 2016/2017 però si è rivelata una delle peggiori di sempre a livello internazionale, con il crollo di quasi il 40%  della produzione di olio di oliva, per colpa soprattutto dei danni  che in Italia che scende al di sotto dei 300 milioni di chili, un valore vicino ai minimo storici di sempre, con effetti inevitabili sui prezzi, come rilevato da Coldiretti.

Un andamento a ribasso di livello mondiale: la Grecia con circa 240 milioni di chili fa segnare un -20% di produzione rispetto all’anno precedente, in Tunisia non si supereranno i 110 milioni di chili (-21%) mentre in Spagna, che si conferma leader mondiale, si stimano circa 1400 milioni di chili, in linea con l’anno scorso. In controtendenza la Turchia che aumenta la produzione del 33% per un totale di 190 milioni di chili.

Il risultato totale è una  produzione mondiale inferiore ai 3 miliardi di chili, in calo del 10%, con conseguenti tensioni sui prezzi in forte rialzo per effetto della corsa all’acquisto dell’olio nuovo

I dati di Ismea/Unaprol, che classificano l’Italia come secondo produttore mondiale nel 2016/17, indicano che la Puglia si conferma la principale regione di produzione nonostante il calo, mentre al secondo posto si trova la Calabria con una riduzione della produzione inferiore alla media nazionale e sul gradino più basso del podio si trova la Sicilia dove il taglio è stato più marcato a causa delle condizioni meteorologiche primaverili che hanno causato perdite in fioritura. Complessivamente – precisa Coldiretti – nel Mezzogiorno c’è stato  un calo produttivo del 40%, al nord di appena il 10% mentre al centro del 30%, con la Toscana in linea con questa riduzione. E l’Abruzzo addirittura a -50%.

Alla base di questo deludente risultato ci sono sia la naturale alternanza produttiva delle piantagioni di ulivo, sia un complesso di condizioni micro e macro climatiche sfavorevoli nel corso dell’annata che hanno influito negativamente sulle produzioni creando un contesto piovoso, fresco e umido, che ha stimolato lo sviluppo di parassiti (mosca olearia) e patogeni che sono risultati difficili se non impossibili,  da controllare.

Questo ha determinato anche un abbassamento in qualità dell’olio d’oliva italiano, come testimonia il disperato tentativo di salvare il salvabile anticipando un po’ ovunque la raccolta delle olive, che sotto il profilo della maturazione avrebbe potuto attendere ancora qualche settimana, Infatti, visto che il monitoraggio della mosca olearia continuava ad indicare un po’ ovunque un ampio superamento delle soglie di danno, e dato che i danni crescono se le larve di mosca vengono lasciate libere di crescere all’interno delle olive, i frantoi hanno cominciato ad aprire già nella seconda metà di settembre e non solo nelle regioni, come la Sicilia, dove questa tempistica è prassi e sono ormai in piena attività un po’ ovunque.

In questo panorama apocalittico l’Umbria è in controtendenza e presenta un segno positivo in entrambe le province, grazie alla varietà Moraiolo, molto diffusa in regione per via degli uliveti ricavati sui terrazzamenti sassosi delle colline per cui questa varietà è ottima, che ha mostrato un’ottima percentuale di allegagione e non ha risentito delle avversità atmosferiche e parassitarie essendo molto rustica. Per l’Umbria quindi si è avuta una buona qualità anche per le produzioni biologiche e a denominazione di origine.